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giovedì 28 gennaio 2016

Taxi Teheran - Jafar Panahi (e una cosa su Bulgakov e Stalin)

Ho pensato a lungo se parlare di questo film oppure no. Questa è la prima volta che devo scrivere di come mi sia annoiata a guardare un film iraniano.


Locandina del film


Strutturato come un documentario realista, ne esce fuori più costruito che mai. Dialoghi inverosimili e personaggi che ripetono ossessivamente sempre le stesse cose. Non sto scherzando. Faccio un esempio: le due signori con i pesci rossi.

Dialogo: “dobbiamo fare presto! dobbiamo andare a Cheshmeh Ali alle 12 in punto! E’ tardi. Dobbiamo fare presto! Dobbiamo andare a Cheshmeh Ali. Ma lei non capisce, abbiamo fretta. Dobbiamo andare a Cheshmeh Ali….”

Dieci minuti così. E lo fanno tutti i personaggi.


Cheshmeh Ali


I temi affrontati “casualmente” dai passeggeri del Taxi guidato da Panahi sono: pena di morte, contrabbando di film occidentali vietati, superstizione, eredità delle vedove, prigionia per le donne che vogliono andare allo stadio e come fare un film presentabile secondo i dettami islamici.

Voi mi dovete spiegare in quale mondo, i passeggeri di un taxi si mettono a parlare di queste cose….a quel modo! Come se stessero parlando del tempo.

L’unica parte in cui ero concentrata è proprio alla fine, con la nipote di Panahi e l’avvocatessa per i diritti civili. In tutto dieci minuti di film.

L’effetto che ha fatto a me è stato di un Safari, dove gli animali esotici sono gli iraniani. Vediamo nella “gabbia” del taxi il leone, la gazzella, l’elefante, la giraffa…manca solo che lo spettatore tiri noccioline e banane per vedere come mangiano. 

Per chi non conosce l’Iran credo sia proprio questo l’effetto che fa il film: guardata questi iraniani, poverelli, non possono sentire la musica! 

La verità è nel mezzo. La realtà iraniana è molto contraddittoria, è tutto e il contrario di tutto. I film occidentali sono virtualmente vietati, ma tutti li vedono con le parabole. Così per internet, Facebook e YouTube sono bloccati, ma viene aggirato il blocco con vari programmi e così via.

A me è sembrato che tutti gli argomenti non siano altro che un corollario per arrivare al punto che a Panahi preme: non mi fanno fare i film. Non “non ci fanno fare i film”, non MI fanno fare i film.

Fa dire alla nipote (sia sullo schermo che nella vita vera), tutti i motivi per i quali lui non può fare un film “presentabile”: i personaggi buoni devono avere un nome islamico e non persiano, non devo portare la cravatta, le donne devono essere coperte, bisogna riportare la realtà ma solo se aderente ai dettami coranici, quindi violenze o furti, ad esempio, non possono essere rappresentati…e altro che ora non ricordo.

Ebbene, Panahi, vuoi dirci “svegliati Iran” o “salvaci occidente”? Qual è l’intento di questo film se non lamentarsi che Panahi viene censurato?

E’ un film che non mi ha lasciato niente. Può essere interessante come i turisti nel safari per chi l’Iran non lo conosce, è al limite del fastidio per chi in Iran c’è stato e lo conosce. 

Vorrei fare poi un appunto sulla censura. Mi viene in mente il caso di Bulgakov e Stalin. Nonostante Bulgakov fosse sotto stretto controllo e rifiuto della censura, Stalin non lo fece uccidere come fece per altri scrittori, per molto meno. La verità è che Stalin amava le opere di Bulgakov. 

Cose forse slegate? Forse.

Penso che il film è stato girato per i motivi sbagliati, per lamentarsi della proprio situazione e basta, senza dare un senso o una contestualizzazione alla propria situazione personale, che potrebbe anche interessare, se resa interessante però!

Piccola nota: Ma perché ci si ostina a scrivere Teheran con due e? Il nome della città è Tehran con una e sola!


Per saperne di più sulla vicenda Bulgakov - Stalin, leggete qui sotto.

«Pronto Bulgakov? Sono Stalin»

Quella telefonata che salvò lo scrittore detestato dal regime sovietico
«Michail Afanas’evic Bulgakov?». «Sì, sì». «Adesso le parlerà il compagno Stalin». «Cosa? Stalin, Stalin?». «Sì, le parla Stalin. Salve, compagno Bulgakov». «Salve, Iosif Vissarionovic». «Abbiamo ricevuto la sua lettera. L’abbiamo letta con i compagni. A tal proposito riceverà una risposta positiva... Ma è proprio vero che lei chiede di andarsene all’estero? Siamo stati così cattivi?». «Ho pensato molto negli ultimi tempi se uno scrittore russo possa vivere fuori dalla sua patria. E mi sembra di no». «Ha ragione. Anch’io la penso così. Dov’è che vuole lavorare? Al Teatro d’Arte?». «Sì, volevo. Ne avevo parlato, ma ho ricevuto un rifiuto». «E lei invii loro una richiesta. Penso che accetteranno. Noi dovremmo incontrarla, parlare con lei». «Sì, sì, Iosif Vissarionovic, ho molto bisogno di parlare con lei». «Bisogna trovare il tempo e incontrarci, necessariamente. E ora le auguro ogni bene».
Della conversazione telefonica fra Stalin e lo scrittore conosciamo il resoconto conservato da Elena Sergeevna, la terza moglie di Bulgakov. È il 18 aprile 1930, il giorno dopo i funerali di Majakovskij a cui anche Bulgakov ha partecipato. Il suicidio del poeta della rivoluzione ha destato grande emozione, forse Stalin decide di chiamare lo scrittore, ormai fortemente sgradito agli apparati del partito, per non aggravare la situazione, per non dare l’immagine di un regime che perseguita gli intellettuali (pochi anni prima si erano uccisi Sergej Esenin e Andrej Sobol’). La lettera di cui Stalin parla è quella inviata da Bulgakov al «governo dell’Urss», il 28 marzo, per denunciare l’accanimento della stampa sovietica nei suoi confronti. Vorrebbe lavorare in un teatro, scriveva, ma se anche questo è impossibile, allora chiede il permesso di espatriare. Dopo la telefonata, il 10 maggio, Bulgakov otterrà un posto come assistente regista al Teatro accademico dell’arte di Mosca.

I guai, per lo scrittore, erano cominciati nel 1925, proprio per il racconto «Cuore di cane», giudicato impubblicabile per la satira sull’uomo nuovo sovietico. Nelmaggio del 1926, la polizia politica Ogpu perquisisce l’appartamento di Bulgakov e requisisce il suo diario e due copie dattiloscritte di «Cuore di cane». Seguirà la triste odissea delle sue opere teatrali («I giorni dei Turbin», dal romanzo «La guardia bianca», «L’appartamento di Zoja» e «L’isola purpurea») che, nonostante il successo, finiranno per essere ritirate. La commedia «La corsa», giudicata da Stalin «un fenomeno antisovietico», non ottiene il nulla osta. Nel 1929 Bulgakov chiede il permesso di andare all’estero, che gli viene negato. Poi, in ottobre, insieme ad Anna Achmatova, Zamjatin e Pasternak, esce dall’Unione panrussa degli scrittori. Quell’anno, dirà in seguito, fu «l’anno del mio annientamento come scrittore».
Nessun suo libro è più pubblicato dal ’25, e ora anche i suoi lavori teatrali spariscono. All’inizio del ’30, brucia alcuni suoi manoscritti, fra cui le prime redazioni del «Maestro e Margherita». Negli anni a seguire, se lo stipendio del Teatro d’arte gli consente di sopravvivere, la maggior parte dei suoi progetti sarà bocciata.
E Stalin? Dopo aver salvato la vita a Bulgakov, sappiamo che farà un’altra celebre telefonata. A Boris Pasternak, il poeta che aveva protestato per l’arresto di Osip Mandel’stam. È il giugno 1934, il colloquio è meno cordiale. Quando Stalin gli chiede se Mandel’- stam è suo amico, Pasternak risponde imbarazzato: «I poeti raramente sono amici, sono gelosi l'uno dell’altro, come belle donne. Noi due ci muoviamo su cammini del tutto diversi». La replica di Stalin è gelida: «Noi bolscevichi non rinneghiamo i nostri amici».

di Ranieri Polese

http://www.corriere.it/cultura/eventi/2012/scala/notizie/20-polese-pronto-bulgakov_5b6bd8be-3e2a-11e2-ab02-9e37f2f89044.shtml



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