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venerdì 29 gennaio 2016

Ancora su Taxi Teheran

Questa è la seconda volta da quando ho il blog che copio incollo articoli di giornale. Ma ho trovato questa recensione e volevo condividerla con voi. Ancora su Taxi Teheran di Jafar Panahi. Gabriella Kuruvilla, la capisco perfettamente!



Confesso: Taxi Teheran mi ha annoiata

di Gabriella Kuruvilla


Hanno detto di Taxi Teheran: “Gioiosa ma profonda riflessione sull’intersezione tra la vita e l’arte” (Variety, Scott Foundas), “Un capolavoro […] con sequenze a volte esilaranti. […] L’affronto più caustico, sovversivo, disperato della storia del cinema” (Le Monde, Franck Nouchi) , “Affascinante, spiritoso, lacerante dramma politico” (The Times, Kate Muir), “Emozionante, divertente, geniale” (Indiwire, Kevin B. Lee). Il problema è che Taxi Teheran è l’ultimo lungometraggio del pluripremiato (e pluriapprezzato) regista cinquantacinquenne iraniano Jafar Panahi, girato a partire dal 2010, anno in cui viene condannato a non poter più realizzare film, scrivere sceneggiature, concedere interviste alla stampa e uscire dal suo Paese per un periodo di tempo indeterminato, pena 20 anni di incarcerazione per ogni divieto violato. Tutto questo perché, l’anno precedente, aveva partecipato a una cerimonia in commemorazione di una giovane manifestante uccisa nel corso delle dimostrazioni seguite alla controversa rielezione del presidente Mahmoud Ahmadinejad.
Taxi Teheran, realizzato in queste condizioni, è dunque un’opera che denuncia, sfida e combatte i divieti imposti dalla Repubblica islamica: in particolare, è un film contro il regime e, in generale, contro la censura.
Dunque, pare che non se possa parlare male: sembrerebbe un gesto politicamente scorretto, quantomeno.
Il film, venduto in oltre 30 Paesi, nell’aprile 2015 in Francia ha avuto più di 500 mila spettatori, rivelandosi un grande successo. Non solo di pubblico, ma anche di critica. Che continua a osannarlo, ovunque. Attraverso i media, e i premi: all’ultimo Festival di Berlino, ha vinto sia l’Orso d’oro sia il Premio Fipresci, consegnato alla giovane e commossa Hana Saeidi (una degli interpreti, nonché nipote del regista). Questa la motivazione del cineasta americano Darren Aronofsky, che presiedeva la giuria: “Le restrizioni sono spesso fonte d’ispirazione per un autore poiché gli permettono di superare se stesso. Ma a volte le restrizioni possono essere talmente soffocanti da distruggere un progetto e spesso annientano l’anima dell’artista. Invece di lasciarsi distruggere la mente e lo spirito e di lasciarsi andare, invece di lasciarsi pervadere dalla collera e dalla frustrazione, Jafar Panahi ha scritto una lettera d’amore al cinema. Il suo film è colmo d’amore per la sua arte, la sua comunità, il suo Paese e il suo pubblico”.
Sull’amore per il pubblico ho qualche perplessità: durante la proiezione riservata alla stampa, a Milano, c’era chi dormiva e chi, forse per non farlo, continuava ad agitarsi sulla poltroncina, per fortuna morbida.
Io ero tra questi ultimi: non mi muovo così nemmeno quando mi fanno il solletico (solo che in quei casi, solitamente, rido di più). Rimane quindi da capire come mai molti di quei critici, dormienti o agitati per 82 minuti (che sembravano almeno il doppio, grazie a quel processo causato dalla noia chiamato dilatazione del tempo), una volta al lavoro, ne abbiano scritto non bene: benissimo. Certo, forse c’era anche chi l’ha apprezzato realmente. Anche se commenti come “spiritoso” e “divertente” appaiono un filo esagerati: “esilarante”, poi. Viene in mente quella scena di Caro diario in cui Nanni Moretti, dopo aver visto un film orribile, cerca di ricordarsi dove ne avesse letto una critica positiva, trova l’articolo e lo copia sul suo diario, chiedendosi: “Ecco, penso, ma chi scrive queste cose, non è che la sera, magari prima di addormentarsi, ha un momento di rimorso?”.
Ora, chi acclama Taxi Teheran forse non dovrebbe arrivare a tanto, soprattutto perché solitamente si sofferma più sulle problematiche legate alla libertà d’espressione in Iran, più adatte comunque a un trattato socio-politico che a una recensione cinematografica, piuttosto che commentare il valore artistico della pellicola.
Che ha una trama tanto apparentemente improvvisata quanto probabilmente costruita (effetto neorealismo, studiato a tavolino), composta da una serie di episodi slegati gli uni dagli altri, che hanno come minimo comun denominatore solo quello di avere come protagonisti i passeggeri di un taxi collettivo, guidato dal regista, dal quale vengono filmati attraverso l’uso di tre telecamere piazzate sul cruscotto.
Scopriamo così per prima cosa che, come Robert De Niro in Taxi driver aveva una sola faccia (quella da psicopatico), anche Jafar Panahi in Taxi Teheran è dotato di una sola espressione, quella sorridente-rilassata-compiaciuta, superiore anche a qualsiasi persona incontri- riprenda. E le persone che incontra-riprende sono tutte diverse, per sesso, età e ceto, ma nessuna è o fa niente di straordinario (o che venga raccontato in maniera straordinaria). Anche perché i passeggeri, in quanto tali, si limitano a salire-scendere-gesticolare-parlare, e nessun dei loro dialoghi appare davvero degno di nota. Le varie scene che si succedono sono infatti piccoli spaccati della vita quotidiana di oggi, a Teheran, che però o si sapevano già o non stupiscono eccessivamente o potrebbero svolgersi lì come altrove (dato che mostrano lati dell’essere umano che hanno spesso un carattere universale). E sembrano confermare molti proverbi della (nostra) tradizione popolare, a partire da “tutto il mondo è paese”: per esempio, il malvivente che considera giuste le pene della sharia e il ferito che fa testamento per proteggere la moglie dall’avidità dei parenti testimoniano che i detti “chi predica bene razzola male” e “meglio prevenire che curare” hanno loro adepti un po’ ovunque mentre le due signore anziane che devono assolutamente gettare un pesciolino rosso dentro una fonte sacra a un determinato orario (se no temono che ne vada della loro vita) dimostrano che anche la superstizione non ha confini. Poi c’è il contrabbandiere di film stranieri che, riconoscendo subito il regista, cerca di coinvolgerlo nel suo business: entrambi, tra l’altro, nello stesso posto e nello stesso momento stanno compiendo due azioni clandestine, simili per quanto diverse (il primo vende e il secondo produce pellicole proibite dal regime). Poi c’è il cameo di un vecchio amico del regista, che dovrebbe forse simboleggiare il ritratto dell’esule che rientra in patria: solo che, dalle sue azioni e dalle sue parole, emerge davvero poco, anzi quasi niente, di quello che prova e di quello che sente chi ha prima deciso di andarsene e poi di tornare nel proprio Paese.
E, infine, ci sono i due personaggi più importanti, a loro modo interessanti, che però appaiono ugualmente didascalici, come se fossero lì solo per farci una lezione sulla situazione dell’Iran contemporaneo: l’avvocatessa per i diritti umani Nasrine Satoudeh, appena uscita dal carcere, ci racconta che la sua ultima cliente è una ragazza condannata perché voleva assistere a una partita di pallavolo, mettendoci così al corrente del fatto che le donne iraniane non hanno libero accesso agli stadi (tema già trattato da Panahi nel film Offside del 2006) e infine Hana Saeidi, “l’interprete” (non si sa mai chi stia recitando e chi sia solo se stesso) più simpatica e vivace, di dieci anni, dice che la maestra le ha chiesto di girare un filmino sulla realtà e ci spiega quindi che -perché il film sia “presentabile”- le cose brutte non vanno filmate, i nomi dei personaggi devono essere quelli dei santi imam, gli uomini non devono mai indossare la cravatta e le donne devono portare sempre il velo in testa. Ecco, adesso il pubblico, ma anche il regista, sa cosa fare per realizzare un lungometraggio iraniano, che sia “presentabile” e che, dunque, abbia anche i titoli di testa e di coda. Taxi Teheran, infatti, non li ha, perché, come spiega il cineasta: «Il Ministero della Cultura e dell’Orientamento Islamico convalida i titoli di testa e di coda dei film divulgabili”. E il suo, ormai lo abbiamo capito, non lo è. Però, in mezzo ai titoli di testa e di coda, dovrebbe anche esserci il cinema, non solo una testimonianza simile al documentario (oltre che una forma di resistenza civile, di lotta politica e di consolazione personale).

http://lacittanuova.milano.corriere.it/2015/09/20/confesso-taxi-teheran-mi-ha-annoiata/?refresh_ce-cp

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